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Lo svezzamento, l’ansia e la paura di sbagliare

Piccola riflessione semiseria su un passaggio che preoccupa molti genitori


Ci siamo, abbiamo traguardato i fatidici 5 mesi d’età ed iniziamo a prendere confidenza con il fatto che il nostro bebè inizierà a mangiare cibi di consistenza via via più solida.

Le tabelle le abbiamo, gli alimenti a filiera corta e metro zero anche, abbiamo chiesto ad amiche e parenti ed ognuno ha una propria teoria, tutte validissime eh…, e tutte diverse soprattutto da quella persona a cui noi guardiamo come il nostro faro: il pediatra.


La situazione si complica per quelle famiglie che hanno due professionisti a cui chiedere, poiché ogni pediatra ha una sua tabella corredata da una sua precisa teoria su tempi e modalità per eseguire lo svezzamento. Va da sé che già dopo la seconda volta che ci raccontano di come zia Titina abbia svezzato i suoi 5 bambini e di come nonno Uberto abbia svezzato il papà, iniziamo a provare un senso di vertigine, perché se da principio ci eravamo convinti che tutto sommato era fattibile, adesso ci sembra che la preparazione atletica per una maratona sia nulla a confronto.

Come faremo a seguire le tabelle, con grammature precise, mi raccomando eh…, giorni, orari, alimenti, calcolo delle calorie, questo alimento va abbinato a quest’altro ma non a quello?…


A riprova di come un momento gioioso e che evidenzia che il bambino stia crescendo possa diventare un’esperienza che inutilmente alimenta (scusate il gioco di parole) il senso di inadeguatezza, vi riporto alcune delle teorie che negli anni le mamme alle prese con questa fase naturale mi hanno raccontato.



La bambina non può mangiare il riso prima dei 12 mesi perché prima il suo stomaco non è in grado di digerire l’amido del riso.


Il pomodoro, mai prima dei 9 mesi perché altrimenti provoca allergie.


E’ preferibile dare gli omogeneizzati al posto della carne, frutta, you name it, fresca, perché sono più sicuri e controllati.


I bambini non devono bere, prima dei 180 mesi, perché il latte contiene già tutti liquidi di cui necessitano.


Mi raccomando, quando inserisce i fagioli, ne conta 4 di numero e li da alla bambina.


La verdura verde va bene, quella gialla, rossa o turchina da evitare come la peste.


Prese così sono tutte frase che fanno ridere, ma il dramma è che una famiglia, alle prese con il ciclone che l’ha investita, un piccolo essere da accudire, legge questo tipo di “prescrizioni” come serissime ed a cui attenersi scrupolosamente, pena il trauma infantile e il biglietto assicurato per una serie di litanie e accuse una volta che il bebè sarà cresciuto.


Quindi che fare?

Mi limito ad elencare una serie di considerazioni per riflettere insieme.


La prima è un concentrato di buon senso e banalità, ma a cui potrebbe essere utile rivolgere qualche pensiero. Tutti gli esseri umani in genere mangiano, pertanto anche i bambini, appartenenti alla stessa categoria. Come noi adulti anche il loro corpo ha bisogno di essere nutrito, e sono già “programmati” per introdurre cibo. Passare dall’alimentazione esclusiva con il latte ad alimenti più vari, attiene a noi esseri umani: l’unica cosa che serve per procedere bene nello svezzamento è sfruttare la naturale curiosità dei bambini per le novità. Il loro corpo, ed un pochino di pazienza vi serviranno il processo, e qui ci sta bene, su un piatto d’argento


Seconda consideraizone. Quando il pediatra vi consiglia di introdurre solo certi alimenti e non altri, chiedete sempre se esistono studi scientifici che avvalorino i loro precetti. Per darvi una traccia, elenco i più comuni:

  • Perché lo svezzamento in Italia si propone non prima dei 5 mesi compiuti? Ma l’OMS propone di arrivare a 6 mesi compiuti, come si mettono insieme queste informazioni? E ancora se a mio figlio a cui mancano 2 settimane per raggiungere i 5 mesi, do del pane, crescerà meno intelligente?

  • I cibi solidi solo a pranzo? E perché non a cena o viceversa?

  • Perché il sale va escluso totalmente? Ma se mi consiglia di dare il grana? Come si possono mettere insieme queste informazioni discordanti?

  • Parimenti perché lo zucchero è vietato? Ma nella frutta, yogurt o nei più comuni alimenti è presente, come si fa?

  • Perché devo introdurre solo alimenti “speciali” per bambini o diversi dal menù a cui la famiglia è abituata? Perché gli omogeneizzati sono più “sicuri”? Lo sapete che spesso quello che è certificato come “sicuro” è il solo processo di lavorazione dell’alimento base ma non quest’ultimo. Pertanto se propino al bambino l’omogeneizzato di vitello, sono certissima che il processo produttivo per arrivare alla pappetta è perfettamente a norma, ma non so nulla della carne che è stata utilizzata. Da dove viene? E’ tracciata? E poi non vi insospettisce una pappetta che non ha nessuna consistenza, forma o odore rispetto a quello cui i nostri sensi sono abituati?


I bambini, nella loro unicità e saggezza, sono in grado di indicare il proprio interesse/disinteresse per un cibo offerto. Cosa e quando introdurre non può essere basato su una tabella valida per tutti i bambini ma andrebbe valutata sullo sviluppo globale del bambino. E’ intuitivo riconoscere che un bambino “indaffarato” durante la giornata, ha necessità di apporti calorici differenti da un bambino che ha una giornata più tranquilla.


Da ultimo, ricordiamoci sempre che in una famiglia, il rapporto che i figli hanno con il cibo dipende molto anche dagli atteggiamenti dei genitori. Il comportamento alimentare è determinato da dinamiche complesse, i cui riflessi positivi o negativi si possono ripercuotere sullo sviluppo del bambino e del futuro adulto. Come?

La fame è una spinta istintiva, che porta alla ricerca del cibo. Accanto alla base biologica, per noi esseri umani, il cibo non è solo qualcosa che ci serve per rimanere in vita (se non fosse così ci saremmo già orientati verso cibo in capsule o pastigliette no?) ma assume anche dimensioni psichiche e soprattutto sociali. Il cibo è condivisione, soprattutto in famiglia il primo campo di allenamento per un bambino, palestra che gli servirà per regolare le proprie interazioni sociali una volta adulto poiché ripeterà quanto osservato ed appreso durante i pasti consumati con i genitori ed i fratelli.


Infine in questo ambito ma come in tutti gli altri, i bambini osservano gli adulti, curiosi di apprendere le magiche cose che un adulto sa fare e che loro sono ansiosi di padroneggiare. L’esempio assume allora un ruolo cruciale. Un genitore che ha un rapporto conflittuale con l’alimentazione ed il cibo potrebbe trasmettere, tale conflittualità, ai figli. Così quando siamo disperati perché nostro figlio non ne vuole sapere di mangiare i legumi, chiediamoci sempre se noi, con il nostro esempio, ripetuto nel tempo, li mangiamo e comunichiamo in modo adeguato che sono buoni e gustosi.

Ai bambini del nido, “vendiamo” che le verdure ed i legumi li fanno più belli ed è per questo che noi adulti li mangiamo!

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